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ADOLESCENTI SENZA TEMPO

Testo di Massimo Ammaniti

Riportiamo un articolo comparso sul Corriere della Sera il 15 dicembre

 

«Siamo culturalmente abituati a considerare l’adolescenza come un periodo di passaggio. Ovvero quella stagione di preparazione, di transito in cui ragazze e ragazzi acquisiscono non solo l’istruzione ma anche, lentamente, una propria identità per entrare nella società adulta, con una propria responsabilità e una propria direzione di vita. Ma ora tutto questo è cambiato, la configurazione è diversa. Al punto che viene da chiedersi se esista ancora “una sola” tipologia di adolescenza oppure ne esistano diverse, come credo io...».

Massimo Ammaniti, famoso psicoanalista e professore onorario di Psicopatologia alla facoltà di Medicina e Psicologia de La Sapienza di Roma, è autore del recentissimo saggio Adolescenti senza tempo, edito da Raffaello Cortina. Una rivisitazione scientifica, è molto problematica, di quell’età che interessa tanto i ragazzi quanto i genitori, gruppo umano sempre più disorientato. Scrive Ammaniti all’inizio del saggio: «Questo periodo oggi può addirittura prolungarsi all’infinito, tanto da fare pensare che l’adolescenza diventi una sfida al tempo che passa, quello personificato dai genitori e dagli adulti in generale».

Oggi in Italia, argomenta Ammaniti citando i dati di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, il 79% dei giovani italiani tra i 18 e i 29 anni vive ancora con i genitori contro, per esempio, il 23 e il 33% rispettivamente della Danimarca e dei Paesi Bassi. Spiega a voce il professore: «I fattori sono molti, inclusa la crisi economica post 2008 e la carenza di posti di lavoro. Ma tutto questo crea un grave danno non solo ai ragazzi, incapaci di decollare verso la vita, ma anche alla società: tra i 20 e i 30 anni un giovane individuo riesce a esprimere al meglio la sua vitalità e le sue potenzialità. Persino negli Stati Uniti, Paese in cui da sempre i ragazzi lasciano presto le case e gli universi dei genitori, l’adolescenza sta cambiando al punto che uno studioso americano come Jeffrey Jensen Arnett parla di emerging adulthood, di «adultità emergente», per chi ha tra i 20 e i 30 anni».

Ammaniti a sua volta ha messo a fuoco un’immagine che vale una bella definizione. La figura è quella della freccia, e riguarda la celeberrima poesia di Khalil Gibran dedicata ai genitori: «Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati». Ammaniti rivede l’immagine: «Penso che oggi molti adolescenti siano “frecce ferme”, bloccate, incapaci di raggiungere il futuro. Vogliono comunque lasciare alle spalle il mondo di riferimento dei genitori. Ma non sono in grado di procedere in avanti. Quindi vivono spesso in una sorta di nebulosa, di un continuo presente, di un “qui e ora” in cui si cerca un benessere immediato: la macchinetta, la moto, una situazione sentimentale non troppo impegnativa, una serata in discoteca ma senza una autentica spinta alla progettualità».

Il contesto modifica inevitabilmente la vita e le aspettative dei genitori. Scrive Ammaniti nel saggio: «Nelle famiglie attuali, che Zygmunt Bauman definirebbe “liquide”, i confini tra genitori e figli sono più sfumati di una volta in quanto vengono meno non solo gli apparati normativi, ma anche le necessarie differenziazioni. Per i genitori, è sicuramente molto più difficile prevedere quali scogli dell’adolescenza dovranno superare e quando finalmente i figli entreranno nel mondo adulto. Forse questo è il motivo che spinge i genitori a diventare elicotteri, per usare l’immagine di Alison Gopnik: stanno sempre addosso ai figli perché non sanno prevedere quale direzione potrebbero prendere».

In più c’è la questione della piramide demografica rovesciata. Un tempo la vasta base dei bambini e dei giovani sorreggeva il mondo degli adulti e, in cima, dei rari anziani che raggiungevano un’età avanzata. Oggi, spiega a voce Ammaniti, «la piramide vede una piccola punta di rari bambini che sorregge una moltitudine di adulti e di anziani, con l’aumento dell’età media. Si vede plasticamente proprio nelle feste di fine anno: legioni di geni tori, nonni, zii e parenti che circondano uno o due bambini o ragazzi della famiglia. Di qui nasce l’eccessiva — ed errata - ansia di accontentare qualsiasi desiderio di questi pochi figli, di soddisfare le loro attese, di compiacerli. Parallelamente i ragazzi vivono in un mondo autoreferenziale fatto di like, di continue conferme della propria immagine, di autoscatti che collezionano consensi. In un simile quadro narcisistico, che ha sostituito il tradizionale complesso edipico in cui il giovane per affermarsi metaforicamente deve uccidere il genitore, avviene che i genitori, nelle scuole, si oppongano ai professori quando i figli vanno male o sono ripresi dal punto di vista disciplinare. Il figlio sa di avere un immenso potere verso i genitori perché rappresenta l’unico bene sul quale si riversano affettività, scommesse economiche, attese psicologiche».

Una autentica matassa psicologica, sentimentale e anche economica, poiché in queste condizioni le nuove generazioni non si affacciano alla maturità. Scrive Ammaniti: «Le parole dei giovani non evocano più il senso del dovere e la responsabilità, bensì la ricerca della felicità che non faceva parte del lessico delle passate generazioni. Inoltre, i ragazzi e le ragazze di oggi, per lo più, non hanno lo sguardo rivolto al futuro, in primo luogo perché la società degli adulti non offre molte opportunità di inserimento, né favorisce l’acquisizione di un ruolo significativo». Pesa anche la fine di un antico rito familiare: la trasmissione del lavoro. Un tempo si inserivano i figli poco più che adolescenti, a seconda delle fasce sociali, in una fabbrica, in uno studio professionale, in una bottega, si affidava un mestiere manuale appreso dai padri. Tutto questo appare tramontato: un altro mattone del muro che ostacola ai nostri «perenni adolescenti» la visione del futuro. Ma il pericolo maggiore, insiste a voce Ammaniti, è che i genitori risolvano il problema dicendo sempre di sì ai figli, trasformandosi in amici, in confidenti o talvolta addirittura in complici. L’allungamento della vita media consente agli adulti uno stile di vita attivo quasi identico a quello dei figli.

A questo punto Ammaniti sa che un lettore istintivamente chiede un consiglio: se sono un genitore, come mi devo comportare? Cosa è meglio fare e non fare? Ammaniti sorride. La domanda lo insegue da anni: «Prima di tutto non farsi sedurre dal mito del giovanilismo, finendo così col diventare post-adolescenti accanto agli adolescenti. È essenziale avere il coraggio di dire dei sì e anche dei no, affrontando anche i contrasti. Non penso certo alla rivalutazione delle vecchie figure autoritarie. Perché la chiave è, invece, l’autorevolezza: un genitore, anche in base alla propria esperienza, deve rappresentare comunque un modello di riferimento col quale fare i conti. Solo così si aiutano i figli a mettere a fuoco la propria responsabilità, a individuare chi si è. A d affrontare e a progettare il futuro».

 

Massimo Ammaniti«Adolescenti senza tempo»
Raffaello Cortina
218pp, 14 euro
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